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RAV SYLVIA ROTHSCHILD su Moked.it

28/10/2019 03:51:49

Oct28

'Italy and her Jews', di Rav Sylvia Rothschild, Giugno 2019

pubblicato sul numero di ottobre 2019 di Moked.it con il titolo 'Differenze'

 

>>> leggi l'articolo su Moked (da pag. 20 in basso)

>>> English version below

 

Ho letto con interesse il dibattito sulla via da seguire per l'ebraismo italiano e, anche se ci sono più questioni da prendere in considerazione, vorrei soffermarmi sui commenti che mi sembrano più importanti per gli ebrei d'Italia.

Rav Punturello ritrae l'immagine di un mondo ebraico formato da isole separate, prive di una ampia visione che prospetti un vivace futuro ebraico. È, come lui stesso dice, angosciante, soprattutto se si considera la lunga, ricca e dinamica storia dell'ebraismo italiano.

La risposta di Rav Sciunnach dipinge un quadro altrettanto angosciante di comunità troppo piccole e troppo moribonde per vivere vite completamente ebraiche, dove la mancanza di strutture per la tefillà e studio, forniture kasher e mikvè, costituiscono per lui "deserti ebraici" e afferma che, quindi, non essendoci strutture di supporto per le persone che desiderano unirsi alla comunità attraverso la conversione, a suo avviso la conversione non può avvenire.

Non voglio discutere qui questi punti di vista, anche se sono certamente meritevoli di ulteriori verifiche, non posso però permettere che i commenti di Rav Sciunnach sull’Ebraismo Riformato rimangano senza replica.

Cominciamo dal suo commento che "ciò che conta ed è essenziale, è il  servizio da tributarsi a Dio onnipotente …... sancendo ciò con l'osservanza delle mitzvot, l'attaccamento al Popolo Ebraico e a Dio, tefillah, osservanza dello Shabbat e della Kasherut, studio della Torah. Questi sono i pilastri richiesti";  sono sostanzialmente d’accordo: la conversione attraverso i movimenti della Riforma si aspetterebbe certamente che questi "pilastri" fossero messi in atto, anche se, probabilmente, avremmo un'opinione diversa su come esattamente questi pilastri sono definiti e su come possono essere legittimamente espressi. Dato che pochissimi tra i nati ebrei sono shomrei mitzvot e osservano invece le proprie mitzvot per abitudine o tradizione o perché trovano significato o conforto nell'osservanza, sembra strano esigere dal nuovo arrivato qualcosa che la comunità generalmente ignora. Tuttavia incoraggiamo l'osservanza delle mitzvot come parte del processo di conversione, al fine di rafforzare l'identità e sviluppare le competenze ebraiche. L'attaccamento al popolo ebraico, entrando a far parte della comunità e del più ampio mondo ebraico, la preghiera, lo Shabbat, lo studio della Torà, la pratica quotidiana ebraica così come la kasherut sono tutti elementi che vengono esplorati e sviluppati nella conversione attraverso il nostro Beit Din. La differenza è principalmente l'accoglienza al cancello, per così dire, e l'aspettativa che, in quanto esseri autonomi, degli adulti esplorino questi "pilastri" e si stabiliscano nella propria legittima identità ebraica e nel proprio modo di essere guidati e supportati tramite un processo di apprendimento e azione, piuttosto che attraverso imperativi didattici.

Sappiamo che in origine la conversione non era difficile, anzi, Hillel notoriamente ha convertito sul momento un uomo con le parole: "Ciò che è odioso per te non farlo agli altri, questa è l'intera Torà e il resto è interpretazione. Va’ e studia". (Shabbat 31a). È interessante notare che ciò che l'ebreo appena convertito dovrebbe studiare sono le mitzvot bein adam le'chaverò, quei comportamenti inerenti ai rapporti tra le persone (derivati ​​dalla prima parte delle istruzioni di Hillel), mentre le mitzvot bein Adam laMakom, ovvero la relazione tra l'individuo e Dio, sono per un momento successivo e meno immediatamente rilevanti. La stessa sugya ci dice che i convertiti presenti in queste narrazioni si sono uniti e hanno detto "L'impazienza di Shammai ha cercato di allontanarci dal mondo, la pazienza di Hillel ci ha portato sotto le ali della Shechinà".

Sappiamo che in Italia sono molte le persone ad essere "Zera Yisrael", persone di origine ebraica che vogliono disperatamente rivendicare le loro radici e identità ebraiche, così come le persone in ricerca spirituale e religiosa. Sappiamo che molti ebrei italiani si sposano al di fuori della loro religione e cercano un modo per tenere i loro figli al suo interno. È importante che ogni corrente dell’ebraismo affronti questi problemi, piuttosto che dire semplicemente "non può essere fatto".

Rav Sciunnach continua il suo discorso con una visione molto incerta del mondo progressivo ebraico. Proprio come ogni parte del mondo ebraico, che sia Sefardita, Haredi, Chassidico, "ortodosso" o modern orthodox, il mondo ebraico progressivo è un organismo ricco e complesso, con molti modi di esprimersi. L’ebraismo progressivo in Europa è marcatamente diverso da quello degli Stati Uniti, e ciascuno di essi è diverso da come viene espresso in Israele. Quindi, per esempio, il principio patrilineare (o meglio “equilineale”) è principalmente un fenomeno americano, in parte a causa di quel contesto, in cui l’Ebraismo Riformato costituisce la corrente maggioritaria. Ma voglio spiegare perché la sua affermazione che molti ebrei nel movimento di riforma non sarebbero ebrei è semplicemente errata. Il principio è che un figlio di un genitore ebreo (non importa quale) nasce con il safek (dubbio) del suo stato ebraico, in quanto l'educazione e l'identità sono viste come più potenti della semplice biologia del nascere da un grembo di donna ebrea. Quel safek viene rimosso quando il bambino, essendo cresciuto in una casa dove si pratica esclusivamente l’ebraismo (e nessun'altra religione), avendo fatto parte della comunità ebraica e studiato formalmente l’ebraismo fino all'adolescenza, si impegna formalmente al proprio pieno status ebraico di bar / bat mitzvà, inteso come il momento della piena conversione. Ciò richiede un grande impegno da parte della famiglia, con una grande richiesta in termini di tempo e abitudini nel corso di molti anni. Il principio di patrilinearità / equilinearità è una risposta premurosa alla realtà di molti ebrei moderni i cui figli hanno un solo genitore ebreo e che potrebbero altrimenti allontanarsi dal mondo ebraico.

Per completezza dovrei aggiungere che, in Europa, il ghiur katan è molto più diffuso. Ancora una volta una famiglia deve impegnarsi nell'apprendimento dell’ebraismo e della pratica ebraica: viene messo in atto un programma di studio, i bambini maschi ricevono il brit milà, la famiglia appare davanti al nostro Beit Din per richiedere il ghiur e il bambino riceve un certificato di conversione dopo aver adempiuto al mikvè. Il certificato del nostro Beit Din europeo è sicuramente riconosciuto in Israele ai fini dell’Aliyà ecc. Ed è riconosciuto in tutto il mondo nelle comunità Progressive e Masortì.

Anche i nostri Batei Din emettono Gittin, di nuovo in piena conformità con la halachà. Non c'è motivo per cui successivamente i bambini debbano diventare mamzerim.

Sorvolerò su alcune delle affermazioni successive di Rav Sciunnach, che servono solo a riportarci al dovere contenuto nel detto di Hillel "ciò che è odioso per te non fare agli altri". Non solo mostra ignoranza dell'Ebraismo Riformato, ma è anche insultante in maniera gratuita sia verso il Cristianesimo che verso l'Islam, anche se immagino che Rav Sciunnach non fosse a conoscenza di questo effetto quando ha scelto di scrivere questa polemica.

Tornerò comunque alle sue osservazioni iniziali e a quelle di Rav Punturello.

Rav Sciunnach ha scritto "Insinuazioni, critiche, opposizioni e provocazioni hanno sempre accompagnato la storia degli esseri umani". Mentre il suo pezzo è scritto esattamente in questo modalità, le nostre vite nel mondo reale non devono essere così. Potremmo non essere sempre d'accordo, ma Derech Eretz ci chiede, quando non siamo d'accordo, di usare un linguaggio onorevole e cortese e di cercare di ascoltare e comprendere il nostro interlocutore. Il fatto che il nostro mondo ebraico sia un piccolo gruppo all'interno di un contesto molto più ampio dovrebbe anche indirizzarci verso la ricerca di un modo per andare d'accordo e aiutarci a vicenda ad adempiere ai nostri destini ebraici. Non c'è "ortodossia" nell’ebraismo, infatti la parola (e l'idea) è stata creata solo all'inizio del XIX secolo per descrivere quegli ebrei che si opponevano alle idee illuministe, così è essa stessa un prodotto della modernità. Prima di ciò il mondo ebraico era organizzato in comunità autonome, che non sentivano il bisogno di guardare oltre le proprie spalle a quello che gli altri nel mondo ebraico avrebbero potuto fare. Sembra che l'ebraismo italiano sia stato in grado di continuare a farlo fino a poco tempo fa, quando la paura di ciò che Rav Sciunnach chiama "circoli rabbinici in tutto il mondo ortodosso ...” ha eroso la credibilità del rabbinato italiano. Se questo è il caso me ne dispiaccio, perché l'Italia ha in gran parte mantenuto molte tradizioni e comportamenti che sono andati persi nel resto del mondo ebraico, e questo ha contribuito alla sua ricca e variegata cultura ebraica.

Se Rav Sciunnach crede che l’ebraismo italiano sia davvero "debole, anziano e debilitato", allora tanto più a ragione dovremmo lavorare insieme dove possiamo rafforzare, dare energia e far rivivere le comunità ebraiche italiane. Per fare ciò non dobbiamo discutere o concordare sulla teologia, nessuno di noi ha bisogno dell'hechser (imprimatur) dell'altro, ma ognuno di noi ha bisogno delle strutture che contribuiscono alla vita ebraica, potremmo quindi condividere sessioni di studio aperte, accesso a mikvaot, accesso a cibi kasher ecc. senza calpestare l'identità o le attività dell'altro.

In molti altri paesi le varie correnti dell’ebraismo lavorano insieme per fornire le strutture d’aiuto agli ebrei del posto. Condividono gli spazi, sia concreti che metaforici, si incontrano e si sfidano in modo costruttivo, lavorano insieme per la comunità più ampia su questioni come la shechità o la sicurezza, i rapporti con Israele o con il governo. Non esiste una ragione halachica per cui questo non debba accadere, non c'è nemmeno una ragione "tradizionale" per non farlo accadere. L’ebraismo italiano era palesemente aperto e autonomo, orgoglioso della propria lunga tradizione e delle sue usanze uniche, senza paura delle opinioni di coloro che sceglievano di non essere d'accordo.

Non concordo con l'affermazione che per essere un rabbino si debbano avere attributi maschili, ma posso certamente essere d'accordo che per essere un rabbino si debba avere coraggio, visione, compassione e senso di appartenenza ad Am Yisrael, al popolo di Israele. Bisogna capire che mentre serviamo una comunità, il nostro "Padrone" non è in quella comunità, ma è l’Uno Eterno che ci osserva per vedere se ci comportiamo con compassione e rispetto per i nostri simili e se cerchiamo di soddisfare la Sua volontà in tutto ciò che facciamo.

Blu Greenberg una volta ha scritto che dove c'è una volontà rabbinica, c'è un modo halachico. Quindi, lasciatemi dire che i rabbini che servono le comunità di riforma in Italia hanno la volontà di lavorare con tutti coloro che vorranno collaborare con noi per servire l'intera comunità ebraica. Come ha scritto Rav Punturello, con la consapevolezza del nostro essere possiamo procedere per sbloccare un grande potenziale. Come leggiamo nella Mishnà, Pirkè Avot, Rabbi Tarfon disse: “Il giorno è corto; il lavoro da compiersi è molto; gli operai sono pigri; la ricompensa è grande; il padrone incalza".

Rav Sylvia Rothschild    

Lev Chadash Milano

 

Traduzione dall’inglese di Eva Mangialajo Rantzer          

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English version

 

I have read with interest the debate about a way forward for Italian Jewry and, while there are many issues to be considered, I would like to focus on the comments that seem to me the most critical for the Jews of Italy.

Rav Punturello paints a picture of a Jewish world formed of separate islands, lacking a broad vision for a vibrant Jewish future. It is, as he says, distressing, particularly when one considers the very long, rich and dynamic history of Italian Jewry. 

The response of Rav Sciunnach paints an equally distressing picture – of communities too small and too moribund to live fully Jewish lives, where the lack of facilities for tefillah and study, kasher supplies and mikveh, mean that for him they are “Jewish deserts” – and states that there is not the support structure in them for people who wish to join the community through conversion and so in his view conversion cannot happen.

I do not want to debate these viewpoints here, although they are certainly deserving of further testing, but I cannot allow Rav Sciunnach’s comments on Reform Judaism to stand unchallenged. 

To begin – his comment that “what matters and is essential, is service to be given to almighty God…sanctioning this with the observance of mitzvot, attachment to the Jewish people and to God, tefillah, observance of the Shabbat and kashrut, study of torah. These are the required pillars.”  

In many ways I do not disagree – conversion through the Reform movements would certainly expect these “pillars” to be in place, though we would probably have a different view on exactly how these pillars are defined and how they might be legitimately expressed. Given that very few born Jews are shomrei mitzvot and instead observe their mitzvot either by habit or tradition or because they find meaning or comfort in the observance, it seems strange to demand of the incomer something that the resident community generally ignores. Yet we encourage the observance of mitzvot as part of the process of conversion, in order to strengthen identity and develop Jewish competence.  Attachment to the Jewish people by becoming part of the kehillah as well as part of the wider Jewish world, prayer, making Shabbat, torah study, Jewish daily practise such as kashrut – these are all explored and developed in a conversion through our Beit Din. The difference is primarily the welcome at the gate, so to speak, and the expectation that as autonomous adult beings people will explore these “pillars”, and settle on their legitimate Jewish identity and way of being through a guided and supported process of learning and doing, rather than through didactic imperative. 

We know that conversion was originally not difficult – indeed Hillel famously converted a man immediately with the words “That which is hateful to you do not do to others, that is the entire Torah and the rest is its interpretation. Go and study” (Shabbat 31a).  Interestingly much commentary on what the newly converted Jew should study is the mitzvot bein adam le’chavero – those behaviours relating to the relationships between people (deriving from the earlier part of Hillel's instruction; and those mitzvot bein Adam laMakom – the relationship between the individual and God, are for a later time and less immediately relevant.  The same sugya tells us that the converts in the stories here came together and said “Shammai’s impatience sought to drive us from the world, Hillel’s patience brought us beneath the wings of the Shechinah”. 

We know that there are many in Italy who are “Zera Yisrael” – people of Jewish descent who desperately want to reclaim their Jewish roots and identity, as well as people on a spiritual and religious search. We know that many Italian Jews marry outside the religion and are looking for a way to keep their children within it. It is important the every stream of Judaism addresses these issues rather than simply say “it cannot be done”.

Rav Sciunnach continues his discourse with a very problematic understanding of the progressive Jewish world. Just like every part of the Jewish world, be it Sefarad/ Haredi/ Hasidic/”orthodox”/ modern orthodox, the progressive Jewish world is a rich and complex organism with many ways of expressing itself. Progressive Judaism in Europe is markedly different from that in the USA, and each is different again from how it is expressed in Israel. So for example, the patrilineal (or better the equilineal) principle is primarily an American phenomenon, in part because of the context of Reform Judaism being the majority stream there. But let me explain it, and explain why his assertion that many Jews in the Reform movement are not Jews is simply incorrect. The principle is that a child of one Jewish parent (of either sex) is born with the safek (doubt) of its Jewish status, as education and identity are seen as more powerful than the simple biology of being born from a womb that belongs to a woman who is Jewish.  That safek is removed when the child, having grown in a home  exclusively practising Judaism (and no other religion), having been part of Jewish community and studied Judaism formally until teenage, formally commits to their full Jewish status as bar/bat mitzvah, which is understood to be the moment of full conversion.  This requires a great deal of commitment from the family, and is a big demand on their time and their habits over many years. The patrilineal/equilineal principle is a thoughtful response to the reality of many modern Jews whose children have only one Jewish parent and who might otherwise drift from the Jewish world.

For the sake of completeness I should add that in Europe, giyyur katan is much more prevalent. Again a family must commit to Jewish learning and Jewish practise, a study programme is put in place, male children have brit milah, the family appear before our Beit Din to request giyyur, and the child receives a certificate of conversion after fulfilling mikveh.  The certificate of our European Beit Din is most certainly recognised in Israel for the purposes of Aliyah etc. and is recognised across the world in Progressive and Masorti communities.  

Our Batei Din also issue Gittin, again in full compliance with the halachah. There is no reason why any subsequent children need become mamzerim.

I will glide over the some of the later text from Rav Sciunnach, which serves only to bring us back to the need for Hillel’s dictum “what is hateful to you do not do to others”. Not only does it show ignorance of Reform Judaism, it is also gratuitously insulting to both Christianity and Islam, though I imagine Rav Sciunnach was not aware of this effect when he chose to write this polemic. 

I will however return both to his opening remarks and to the remarks of Rav Punturello. 

Rav Sciunnach wrote “Insinuations, criticisms, oppositions and provocations have always accompanied the history of human beings”.  While his piece is written exactly to this formula, our lives in the real world do not have to be like this. We may not always agree, but Derech Eretz demands of us that we should disagree in honourable and courteous language and try to hear and understand our interlocutor.  The fact that our Jewish world is a small group within a much larger context should also direct us to try to find ways to get along, and to help each other fulfil our Jewish destinies; There is no “orthodoxy” in Judaism – indeed the word (and the idea) was only created in the early 19th century to describe those Jews who opposed enlightenment ideas – so is itself a product of modernity. Before this the Jewish world was organised in autonomous communities, who felt no need to look over their shoulders at what others in the Jewish world might be doing – something that Italy Jewry seem to have been able to continue doing until quite recently, when a fear of what Rav Sciunnach calls “rabbinic circles throughout the orthodox world….eroded the credibility of the Italian Rabbinate”.  I am sad if this is the case, for Italy has by and large maintained many traditions and behaviours which became lost to the rest of the Jewish world, and this has contributed to its rich and diverse Jewish culture. 

If Rav Sciunnach believes that Italian Judaism really is” weak, elderly and debilitated”, then all the more reason we should work together where we can to strengthen, energise and revive Italian Jewish communities. We do not have to debate or agree theology to do this, neither of us needs the hechser (imprimatur) of the other, but each of us needs the facilities that contribute to Jewish life – we could share open learning sessions, access to mikvaot, access to kosher foods etc. without trampling on the identity or activities of the other. 

In many other countries the various streams of Judaism work together to provide the facilities to help the Jews of their place. They share spaces – both concrete and metaphorical, encounter each other and challenge constructively, work together for the wider community on issues such as shechita or security, relationships with Israel or with government. There is no halachic reason this should not happen, there is not even frankly any “traditional” reason this should not happen. Clearly Italian Judaism was open and autonomous, proud of its long tradition and its unique customs, unafraid of the opinions of those who chose to disagree. 

I cannot agree with the statement that to be a rabbi one needs to have male genitalia – but I can most certainly agree that to be a rabbi one needs to have courage, vision, compassion, a sense of being part of Am Yisrael – the people of Israel. One needs to understand that while we serve a community, our “Master” is not in that community, but is the Holy One on high who watches to see that we behave with compassion and respect for our fellow human beings and that we try to fulfil God’s will in all that we do.

Blu Greenberg once wrote that where there is a rabbinic will, there is a halachic way. So let me say that the rabbis who serve the reform communities in Italy have the will to work with all who will work with us to serve the whole Jewish community. As Rav Punturello wrote, with awareness of who we all are we can proceed to unlock a great potential.  As we read in Mishnah Pirkei Avot Rabbi Tarfon said: "The day is short, the work is great, the workers are lazy, the reward is great, and the Master of the house presses.”

Rav Sylvia Rothschild

Lev Chadash Milano        

mer, 13 novembre 2019 15 Cheshvàn 5780