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Dal  Bar MITZVAH di Vincenzo Yehuda Caruso

10/02/2023 06:23:07 PM

Feb10

Vincenzo Yehuda Caruso


Parashà Beshallach

Una introduzione breve.

 

Abbiamo il popolo d’Israele che fugge dall’Egitto. 
Durante la fuga, D-o fa retrocedere Israele che si accampa sulle rive del ‘YAM SUF’. Là viene raggiunto dall’esercito del faraone che finì, però, con l’essere sommerso dal mare, dopo che gli ebrei passarono all’asciutto in mezzo alle acque apertesi nel momento in cui Moshè, seguendo l’ordine del Signore, alzò la sua verga. Tale evento fu riconosciuto come miracoloso dal nostro popolo, che aveva riposto piena fede nel Signore e nel suo servo, Moshè.

Perché abbia scelto proprio questa parashà? I motivi sono tanti ma in particolar modo perché io amo il canto, in generale. Seppur non abbia mai fatto lezioni a riguardo.

Esso non è solo un modo per ricordare i testi delle preghiere ma perché coinvolge tutta l’intera persona.

La cantica rappresenta uno dei momenti più intensi della storia del nostro popolo, in cui viene celebrata la magnificenza di D-o per i suoi prodigi e per averci soccorso dal pericolo imminente degli egiziani. Si parla di Shabbat Shirà, "Shabbat della Cantica" ed è un poema epico che narra di eventi storici e/o bellici.

Il canto diventa qui strumento comunicativo con la divinità, anche se non l’unico, e anche manifestazione di vittoria e di libertà. Simbolo importante, insomma, dell’uscita d’Israele dall’Egitto. 

C'è un potere mistico nel canto umano: ci solleva il morale e ci porta in piedi, evocando emozioni.

Le melodie poi, quando queste vanno all’unisono, ci legano gli uni agli altri e a D-o. 

Esso, infatti, oltre che arte è anche terapia: una terapia per l’anima.

Dal punto di vista fisiologico, infatti, il movimento ripetuto del diaframma permette il rilascio di alcune sostanze che rallentano – ad esempio – proprio i battiti del nostro cuore, mentre altre sostanze sono capaci di portare qualsiasi persona a uno stato di benessere. Dunque, il canto permette di riequilibrare il proprio status psico-fisico. Ci permette di vivere il presente.

A questo se aggiungiamo altri strumenti oltre la voce, quali la musica e la danza avremo una partecipazione in rapporto con la divinità non solo fatta di parole ma anche di tutto il proprio corpo e, quindi, tutto il proprio essere.

E’ utile ricordare quanto nelle religioni orientali, una parola o una frase possa servire come punto focale della preghiera. Recitando, infatti, ripetutamente anche solo una sola parola, l'adoratore o colui che prega può perdersi nell'esperienza del suono e della musicalità (principio di ‘niggun’ nel chassidismo). Tutto bello per quanto riguarda il canto in generale e quello in particolare della cantica, ma c’è un rovescio della medaglia da ricordare in tutto questo ed è la caduta degli egiziani o, se vogliamo, la caduta di coloro che non desiderano nient’altro che i nostri fallimenti, perseguitandoci quotidianamente con parole piene di cattiveria. L’invito, insomma, è a non gioire dello loro cadute, rafforzato peraltro da un bellissimo Midrash in cui si narra che:

gli angeli del Cielo stavano davanti al Signore volendo cantare una canzone. L'Altissimo risponde loro di no perché i figli d'Israele attraversano il mare e sono in pericolo mortale. Dopo che i figli d'Israele arrivarono sulla terraferma, però gli angeli ritornano da D-o di nuovo chiedendo ancora una volta di poter cantare. L'Onnipotente, però, rifiuta ancora loro il permesso e risponde: «L'opera delle mie mani affonda nel mare e voi volete cantare? La Mia misericordia include tutti gli esseri viventi.” E questo sembrerebbe anche essere uno dei motivi per cui l'Hallel viene recitato a Pesach – il primo giorno completo e poi metà Hallel per i rimanenti, a prova di questo di questo dolore; c’è anche un’altra manifestazione ed è quella che riguarda il seder, inoltre: il momento in cui togliamo delle gocce di vino dal nostro bicchiere, in ricordo di quel sangue di quei figli che fu versato in mare.

 

Lasciando il canto, un personaggio/una figura importante abbiamo nel testo a cui per molto tempo è stata attribuito un ruolo quasi marginale: Miryam. 

"Miryam, la profetessa, sorella di Aronne..." – Esodo 15:20

Miryam è la prima donna della Torah ad essere chiamata 'naviah', profetessa. Nata in un periodo molto buio per il popolo ebraico, in un tempo in cui l'amara schiavitù aveva oltrepassato ogni limite. Dai testi sacri ci viene presentata come figura carismatica e leader.

La maggior parte fa risalire il nome alla radice della parola ‘Marà’– amarezza, ma Miryam ricordiamo che nacque in Egitto. La radice del suo nome potrebbe essere derivata da ‘Meri’, che indica la ‘ribellione’: Colei che è ribelle. La desinenza finale all’interno del suo nome - YAM, però, può anche richiamare il mare e, in generale all’acqua (tra le varie traduzioni, infatti, abbiamo anche ‘goccia di mare’).

Quello che si crea, se riconduciamo il suo nome a quest’ultimo significato, è un gioco di parole tra 'Shirat HaYam' – Cantica del Mare (secondo il Talmud Yerushalaim, II secolo) e 'ShiratMirYam' – Cantica di Miryam. Un gioco di significati, insomma, che avrebbe permesso di dare un significato diverso a questa cantica e anche importanza probabilmente alla voce di molte donne in Israele e di comprendere i testi della tradizione con una visione, magari, più equa ed egualitaria. Shirat HaYAM/ ShiratMirYAM.

La tradizione divide il canto in due parti: uno composto da uomini e l’altro da donne, attribuendo a Moshè l’intero brano e dando ai versetti di Miryam un ruolo antifonale. Li analizzeremo in breve, con la speranza di non annoiarvi, e poi vi svelerò il motivo per cui abbia inserito i due versetti di Miryam.

Negli anni sono sorti dubbi e quesiti sull’attribuzione della Cantica, se a Moshè o Miryam, dubbi aumentati dalle scoperte di altri 7 frammenti di versetti presso il sito archeologico di Qumran.

Entrando nel vivo dei due canti e dei relativi versetti, troviamo un poema che inizia con “Az yashir Moshè”, (‘poi Mosè canterà”).

Non abbiamo accenno di “Moshè e uomini” che cantano la canzone, ma di Moshè e del popolo d’Israele (parla, quindi, in generale); inoltre, nel testo troviamo הַזֹּאת cioé di ‘questo canto’, che indica un canto in generale e non nello specifico quello di Moshè. 

Nei versi che seguono, differenti tempi di coniugazione:

- la cantica di Moshè (Esodo 15:1b) – ashirà (Canterò/voglio proprio cantare) 

- la cantica di Miryam (Esodo 15:21b) - shirù (cantate).

Abbiamo una prima persona singolare da una parte e una plurale dall’altra; un verbo al futuro per quanto concerne gli uomini (canterò), un imperativo plurale per le donne (cantate).

La nostra naviah, dunque, risulta in connessione diretta con il suo popolo e questo mi lascia pensare anche a un ruolo di grande responsabilità all’interno della comunità, atteggiamento degno di una leader.

Un altro dubbio sorge poi con il verbo וַתַּעַן che viene tradotto come ‘cantare ad alta voce’, ma secondo alcuni commentatori anche come “guidò nel canto”. Come se fosse lei a condurre il popolo a lodare il Sign.re, cantando. Ma chi guidò? Loro. Un loro che è "LAHEM" al maschile e non "LAHEN" al femminile. Non rivolgendosi a donne, il suo cantare è rivolto a loro come uomini o come pubblico misto, dunque? I saggi hanno risposto a tutto questo affermando che lei si fosse rivolta agli angeli e non agli uomini.

Altri esempi, che possono rafforzare il concetto secondo cui la Cantica potrebbe appartenere a Miryam, sono quelli relativi ad altre donne come Deborah, di cui oggi leggiamo l'Haftarah, è uno dei tanti esempi di donne che celebrano i prodigi divini. Del resto, era normale per quei tempi cantare, suonare e danzare per ringraziare D-o di quanto miracolosamente concesso.

 

Il canto di Miryam è un canto che coinvolge, dunque. La sua vocesi innalza (vetaan) e irrompe il silenzio. Penetra gli animi delle persone ora arrivate, affrante, con la pesantezza di ciò che è stato fino ad adesso, carichi di tristezza e con pensieri confusi e pieni di paura su ciò che il futuro possa dar loro. Una performance tutta al femminile. Una voce che va a fondo, scava come l’acqua che penetra la roccia più dura. Apre i cuori e li risveglia alla lode gioiosa, così che la partecipazione non è solo fatta di parole ma coinvolge l’intero essere, se pensiamo che questa viene accompagnata anche dalla musica e dalla danza.

Una celebrazione che trascina non solo il singolo ma l’intera comunità ora stanca, con quel ‘Cantate’ imperativo, a vivere il presente e ringraziare del miracolo ricevuto, lasciando andare i pensieri riguardo il passato e quelli relativi al futuro. 

Miryam diventa così per tutti noi simbolo di guida e libertà; non solo libertà dalla schiavitù egiziana, ma anche libertà di espressione. 

Perché ho scelto di parlare proprio di Miryam?

In pratica perché proprio qualche settimana fa, mentre cercavo di scrivere qualche riga per questo giorno, una notizia non mi ha lasciato per nulla indifferente in rete. Su uno dei noti giornali israeliani c’era un articolo con su scritto che in Israele venivano e vengono fatti convegni/congressi/eventi che parlano del ruolo della donna senza che nessuna di queste fosse in sala. Credo che sia una cosa di una tristezza immensa.

 

Allora alla figura di Miryam e delle altre donne che cantano e danzano per ringraziare HaShem ho pensato a tutte quelle donne ribelli (riconnettendomi al significato della radice del nome di Miryam) che al Qotel, durante ogni Rosh Chodesh innalzano il proprio canto. Bello tutto questo, vero?

Bello sì, diremmo come risposta, ma… anche qui c’è un’altra faccia della medaglia; queste donne infatti vengono: maltrattate, insultate, derise, lasciate cadere a terra con in mano non solo un ‘tof’ (un cembalo) ma anche e addirittura con un Sefer Torah, proteggendolo con i loro corpi per non fare in modo che tocchi a terra; donne a cui vengono strappati i siddur e a cui viene lanciato del caffè caldo sui loro scialli. Ma chi sono queste donne? Sono donne che hanno il coraggio di affrontare quel maschilismo che supera ogni limite, la cui voce non viene raramente ascoltata ma anzi cerca di essere in qualsiasi modo silenziata. Parlo di donne la cui caparbietà permette oggi la libertà di molte di loro di esprimersi liberamente nonostante tutto.

La cosa che mi colpisce di più, inoltre, è che ogni attacco di qualsiasi tipo nei loro confronti accade non solo da parte di uomini, ma anche dalle stesse donne, che dovrebbero in qualche modo esprimere solidarietà.

La risposta arriva dal loro coro, proprio di questi giorni. Tra l’assordante altoparlante e le voci o meglio urla sovrastanti delle donne della zona femminile, le Women of the Wall (WOW) hanno ora un coro che canta la libertà, che è diventato simbolo della loro resistenza, per un pluralismo religioso e inclusivo.

 

Concludendo: Voglio augurare a tutti di nutrirci di quella giusta ribellione contro chi, oggi, cerca di zittirci e calpestare i nostri diritti.

 

Shabbat Shalom

dom, 19 maggio 2024 11 Iyàr 5784