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Meina 2022

07/10/2022 07:20:00 PM

Oct7

da Carlo Riva

Saluto le autorità presenti e ringrazio il sindaco Fabrizio Barbieri per avermi invitato a partecipare. Purtroppo non posso essere presente perché il Covid mi ha colpito per la seconda volta, anche in questo caso fortunatamente sembra farlo piuttosto debolmente.

Mi dispiace molto non poter essere qui alla commemorazione dell’eccidio del settembre del 1943 e di non poter rispondere – soprattutto oggi –  con la mia presenza anche fisica a quel Zakor, imperativo che impegna ogni ebreo a ricordare.

Nella lingua ebraica il verbo Zakor, ricordare, non è una semplice rievocazione di un passato per noi troppo spesso tragico, ma è anche un invito ad agire soprattutto un invito a trarre insegnamento da quel che è stato e a raccontarlo anche a quanti vivono accanto a noi, perché ciò che di sbagliato ha attraversato la storia non si ripeta. Probabilmente da qui deriva il fatto che solo presso Israele – e mi riferisco all’intero popolo ebraico – l’ingiunzione a ricordare sia sentita proprio come un comandamento religioso. Ricordare non è un compito facile. Oltretutto presuppone un contesto di attenzione. Sempre più difficile da ottenere, se pensate che il successo di un video sui vostri cellulari è basato, dicono gli esperti, sulla sua capacità di agganciarvi nel primo secondo e mezzo di visione. Così, non c’è da stupirsi che molti ritengano il ricordare una sorta rumore di fondo da sopportare inevitabilmente al massimo in occasione di qualche rituale.

Inoltre, se ci pensate bene, ricordare è spesso davvero fastidioso, genera problemi e discussioni. Capita tante volte a ognuno di noi nella vita quotidiana, figuratevi per quei popoli che non hanno mai fatto bene i conti con la propria storia, trovando sempre qualche modo per autoassolversi dalle proprie infamie. Gli esempi anche in tempi recenti abbondano, vicini e lontani. Con la sua arte lo ha capito perfettamente Gunter Demnig, l’artista tedesco che proprio qui all’imbarcadero qualche anno fa ho visto cementare, dopo averle create, le pietre con i nomi delle vittime dell’Hotel Meina. Oggi i giovani di Balagan della mia sinagoga milanese di Lev Chadash le hanno rilucidate. E li ringrazio. Ma forse per assolvere meglio il loro compito, come spiega bene il loro nome, quei blocchetti di pietra e ottone dovrebbero passare quasi inosservati così da diventare davvero una trappola per far inciampare, interrompendo almeno per qualche attimo il flusso dell’indifferenza.

Ho studiato storia, ho fatto anche una tesi sulla Shoah, in aggiunta ho lavorato come giornalista, e forse, proprio per questo, molte volte sono giunto alla conclusione che la definizione ‘Storia maestra di vita’ sia solo un semplice espediente retorico con cui Cicerone ha infarcito la sua oratoria. Ciò nonostante, continuo ostinatamente a credere in quell’imperativo Zakor, in quel monito che ci fa ritornare ogni anno a Meina, che ci fa proseguire, soprattutto nell’incontro con i giovani, come ci ha insegnato una testimone diretta, Beki Ottolenghi, a ricordare quel che è stato. Lo dobbiamo alle 16 vittime dell’Hotel Meina e alle altre 41, uccise in otto comuni del Lago Maggiore in quel settembre del 1943. Dobbiamo continuare a ricordare per loro, ma anche per noi e soprattutto per chi verrà dopo di noi. Dobbiamo approfittare di ogni occasione usando ogni mezzo. Proprio per questo non si può accogliere che con un plauso l’annuncio della prossima apertura degli archivi comunali di Meina.

Come ebrei, come comunità progressive riunite della Fiep ci impegnamo a collaborare attivamente, lo abbiamo fatto in questi anni, a tutte le iniziative che ci facciano rispondere attivamente a quell’ingiunzione, Zakor, che per noi è anche un modo concreto per contribuire a salvaguardare e sviluppare le libertà democratiche contro ogni tentazione di autoritarismo e di minaccia della pace. 

 

Carlo Jossef Riva,

presidente della Federazione Italiana per l’Ebraismo Progressivo

dom, 27 novembre 2022 3 Kislèv 5783